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Basilea 2

basilea 2A pochi mesi dall’entrata in vigore ufficiale dell’accordo, prevista per il prossimo 1 gennaio 2007 cerchiamo di fare il punto ricordando gli aspetti salienti che lo caratterizzano e le principali conseguenze per le imprese.

Di Basilea 2 senza dubbio si è parlato moltissimo e le stesse aziende hanno già imparato a conoscerne gli effetti più immediati. Già da due anni e mezzo, infatti, è iniziata per le banche la fase di sperimentazione che si concluderà a fine anno, ma c’è ancora molto da fare in quanto alla comprensione delle sue logiche e all’individuazione delle conseguenti strategie d’impresa.

Innanzitutto è importante sapere che Basilea 2 è un accordo internazionale sui requisiti patrimoniali delle banche dei Paesi aderenti. In base ad esso queste ultime dovranno accantonare quote di capitale proporzionali al rischio derivante dai vari rapporti di credito assunti, valutato attraverso lo strumento del rating. In poche parole, più le banche sapranno concedere credito di qualità (con bassa probabilità di insolvenza) meno capitale a garanzia, infruttifero, dovranno accantonare.

Come si fa a definire la qualità del credito? Analizzando e valutando la situazione economico/finanziaria di ogni singolo soggetto a cui il credito viene concesso. Uno degli elementi più importanti dell’accordo è. per l’appunto, l’esistenza del requisito minimo patrimoniale.

L’accordo di Basilea 2, seguito ad una prima stesura denominata Basilea 1, è il frutto del lavoro del Comitato di Basilea, istituito dai governatori delle Banche centrali dei dieci paesi più industrializzati (G10) alla fine del 1974. I membri attuali del Comitato provengono da Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

Il Comitato opera in seno alla BRI, Banca dei Regolamenti Internazionali, con sede a Basilea, un’organizzazione internazionale che ha lo scopo di promuove la cooperazione fra le banche centrali ed altre agenzie equivalenti allo scopo di perseguire la stabilità monetaria e finanziaria.

Si tratta, quindi, di un provvedimento di respiro internazionale e l’ispirazione ha origini anglosassoni ed è un importante passo in avanti verso la necessità del nostro sistema creditizio di aumentare la propria trasparenza ed affidabilità a livello internazionale, dimostrando non solo la volontà di dare trasparenza su bilanci, redditività e ai dati di raccolta ed impiego, ma anche di aver adottato le procedure di controllo del rischio indispensabili per la stabilità della gestione futura e quindi dell’intero sistema.

Tutto ciò ha modificato le consuetudini ormai radicatesi nel rapporto banca/impresa: non più crediti concessi solo sulla base di garanzie personali, ma le aziende dovranno dimostrare di valere in base ai reali risultati prodotti dalla gestione tipica.

Un passaggio non di poco conto se si pensa che fino ad oggi il bilancio veniva e in gran parte viene redatto soprattutto sula base di logiche fiscali, con l’obiettivo di pagare poche tasse. Per i più attenti alle dinamiche di mercato, però, la tappa forzata dell’1 gennaio 2007 potrebbe rappresentare un’opportunità per abbandonare criteri di gestione non solo anacronistici, ma che spesso impediscono alle nostre imprese di competere sui mercati internazionali, a favore di logiche che consentono, tra l’altro, di aumentare il proprio potere contrattuale nei confronti delle istituzioni bancarie.

Perché è necessario adeguarsi?

  1. ad un basso rating per l’impresa corrisponde un maggior patrimonio infruttifero che la banca dovrà accantonare. Costo che la banca riverserà sull’impresa applicando condizioni più sfavorevoli;
  2. la banca non avrà nemmeno la possibilità finanziare certe aziende per l’eccessivo accantonamento che ne deriverebbe e le condizioni da applicare, che in alcuni casi, sulla base di simulazioni effettuate, raggiungerebbero livelli di usura;
  3. i criteri che la banca dovrà adottare nella valutazione delle aziende, su alcuni parametri ritenuti basilari, saranno rigidi e non lasceranno spazio a giudizi discrezionali da parte del direttore di filiale (fino ad oggi il referente principale). I maggiori istituti di credito, infatti, hanno già dislocato presso le sedi centrali le funzioni decisionali sulle pratiche proposte dalle filiali distribuite sul territorio.

Tutte le banche adottano il medesimo criterio di valutazione?
No, ogni banca ha elaborato un proprio criterio di valutazione delle aziende e, mantenendo i requisiti fondamentali previsti dall’accordo, può dare, a seconda delle proprie strategie commerciali interne, maggiore o minore peso all’uno o all’altro parametro. Questo fatto renderà possibile la ricerca e l’affidamento ad istituti più idonei alla propria area di business. In ogni caso è bene evitare il “pellegrinaggio” indiscriminato tra le banche alla ricerca del potenziale finanziatore perché questa modalità potrebbe portare più danni all’immagine dell’azienda sulla piazza che benefici.

I primi passi?

  1. controllo della finanzia d’impresa (fino ad oggi estranea alla gran parte delle piccole e medie realtà)
  2. redazione di documentazione idonea a descrivere l’azienda nei suoi aspetti essenziali evidenziando in maniera chiara i numeri del proprio business
  3. introduzione in azienda di sistemi di pianificazione e controllo

Il calcolo del rating, come in molti oggi propongono, aiuta ad avere una fotografia dei principali indicatori di bilancio, ma da solo è inutile se non inserito in una strategia di ampio respiro.

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Categorie:
Focus economia, Imprese e mercati

 


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