Caro petrolio: il ruolo della crisi iraniana
Scaduto con un nulla di fatto l’ultimatum dello scorso 28 aprile nel quale le nazioni Unite bandivano lo sviluppo nucleare iraniano nel timore di un impiego militare dell’uranio arricchito, ora la parola è passata alla diplomazia. Unione europea e Stati Uniti sono all’opera per poter scongiurare un problema che, sulla carta, potrebbe sfociare in un conflitto armato.
Questa è un’ipotesi fortemente temuta dai mercati, perché oltre ad assumere una connotazione politica che vede il blocco dei Paesi islamici contrapposto a quello occidentale, assomiglia molto agli eventi che seguirono la guerra del Kippur del 1973, quando Siria ed Egitto coalizzati cercarono di riconquistare le alture del Golan, passate a Israele dopo la guerra dei sei giorni.
Al di là della situazione politica profondamente diversa, il ricordo delle implicazioni economiche che per anni seguirono a quegli eventi è ancora vivo nella memoria anche di chi, pur non avendole vissute per motivi di età, le abbia anche solo studiate sui libri.
Il rischio maggiore non è rappresentato dai picchi nel breve periodo che il prezzo del petrolio potrà raggiungere, ma il perdurare per molto tempo di prezzi mediamente elevati. Un petrolio che raggiunga i 100$, ma dopo pochi mesi si assesti a 40$ fa meno paura di un prezzo medio che duri per qualche semestre o qualche anno a 60/70$.
La preoccupazione è anche legata al fatto che di alternative energetiche concrete non se ne vedono. Le continue liti tra Russia e Ucraina fanno infatti pensare che quella del greggio dell’ex blocco sovietico sia ben lungi dal rappresentare una vera e propria alternativa.
Si spiegano così le nuove impennate del prezzo del petrolio e quanto accadrà nei prossimi mesi nel mondo arabo, pertanto, dovrà essere seguito con estremo interesse e influenzerà inevitabilmente le scelte di investimento.
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